Un pugno di terra - La storia della fazenda Quirino

terça-feira, 16 de agosto de 2011
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La donna riempie la mano di terra bagnata, chiude il pugno e lo stringe fino a spremere algune gocce d’acqua. Poi lo appoggia al petto e, con un gesto di estrema tenerezza, bacia la terra bagnandola con le copiose lacrime che le stanno scorrendo dagli occhi. Nessuno nota questo gesto, eccetto la compagna che le sta a fianco e che me lo racconta il giorno dopo, non senza il timore di rompere la bellezza e l’incanto di una emozione che l’ha colpita profondamente. È il 13 di marzo 2001, fazenda Quirino. In cima alla collina che domina la regione, i mezzadri stanno assistendo alla messa tanto agognata, riuniti attorno ad una croce alla quale si aggrappano per sorreggere la loro speranza di ottenere definitivamente un pezzo di terra. Grande paura e molta fede hanno condotto in cima alla collina quel che è rimasto del gruppo di mezzadri che il padrone della fazenda sta tentando di espellere dalla terra con le più svariate forme di intimidazione e violenza. Per loro questo è il momento di aggrapparsi a quello che ancora loro rimane, la fede in Dio per continuare ad avere il coraggio di resistere. Hanno giurato a se stessi che mai avrebbero lasciato la loro terra per finire a soffrire nella periferia della città. Il giorno è nuvoloso e si sta preparando a piovere. Vicino alla croce, appena piantata, hanno messo anche una pianta di mandacaru, tipica pianta del nord est e simbolo della resistenza contadina. La croce precedente è stata divelta e spezzata dai pistoleros del fazendero, ma la scommessa di tutti è che fino a quando ci sarà vita e fede, altre croci saranno erette tutte le volte che sarà necessario, nella certezza che Dio mai abbandonerà il suo popolo. Sul minuscolo altare improvvisato sulle pietre, i bambini vi hanno appoggiato un mazzo di fiori gialli di campo dando all’insieme un tocco di inaspettata e nobile bellezza. Dall’alto della collina questi signor nessuno nordestini, che non si rassegnano ad accettare la logica del latifondo che li vuole espellere, si affidano al cielo guardando con tenerezza la loro terra assetata in attesa della pioggia. Sono Bitonho, Silvinha, Severino Paulino, Tetê, Dudinha... e un nugolo di bambini. E la benedizione, nel bel mezzo della messa, cade copiosa dal cielo bagnando e penetrando corpi e anime. In questo rituale umano e divino nello stesso tempo, viene condiviso il pane consacrato pestando con forza la terra per rinnovare la certezza che questa terra è nostra, la terra promessa. E donna Maria Helena, con il suo gesto silenzioso e profondo, consacra e nobilita questo momento. Lei ne ha già viste di tutti i colori ed è passata attraverso momenti duri e difficili che hanno lasciato tracce profonde nel corpo ma non hanno piegato l’anima. Affronta i pistoleros con una lingua affilata: queste donne sono coraggiose, onorando la memoria di un’altra donna paraibana lottatrice, Margarida Maria Alves. La storia di questa gente è sempre stata segnata dal dolore. La fazenda si trova a una sessantina di km. da João Pessoa, vicino ad Alagoa Grande, dove mani assassine inviate dal latifondista senza legge, tolsero la vita a Margarida nel 1983. Il senso di potere e di impunità del latifondo fa parte della storia di queste terre, e raggiunse l’apice con l’introduzione della canna da zucchero per la produzione di alcool. Poco è rimasto di questi progetti che hanno bruciato montagne di denaro pubblico e distrutto totalmente le foreste native riducendo la gente a pedine senza nome e senza futuro. Oggi molte fazende sono praticamente improduttive. Anche questa del Quirino che ha una superficie di quasi 1000 ettari e appartiene a Alcides Vieira de Azevedo. Su questa terra sono nate e cresciute circa 45 famiglie, mezzadri con più si 60 anni di permanenza. Il padrone ha sempre impedito che qualcuno piantasse piante da frutto, aggiustasse la casa o facesse qualche miglioria. Nel marzo del 1998 l’INCRA aveva espropriato la fazenda in quanto improduttiva. Nel 1999 la terra era stata consegnata ai mezzadri che la ribattezzarono Novo Horizonte (Nuovo Orizzonte). Ma l’orizzonte fu ben presto oscurato: su ricorso del proprietario un giudice compiacente sospese il passaggio di proprietà. Da quel momento il fazendero ha cominciato a trasformare in un inferno la vita dei mezzadri impedendogli di lavorare la terra, rifornirsi di acqua, pescare nello stagno, allevare animali in libertà, ecc... Il suo obiettivo è costringere i mezzadri a sloggiare dalla fazenda, costi quel che costi. Tutto questo con l’appoggio di pistoleros sotto la guida di Sergio Azevedo, poliziotto in servizio e parente del proprietario. In tutta la regione la maggior parte dei fazenderos si avvalgono di squadroni armati privati per spaventare i mezzadri armi alla mano e minacce e insulti di tutti i tipi. Sono già vari i casi dichiarati di contadini uccisi e impallinati. Il potere pubblico è connivente e fa finta di non vedere. Quello che più lascia esterrefatti è l’impunità totale che permette a queste bande armate di infernizzare la vita dei pacifici contadini. La vita di questa povera gente, nel corso degli ultimi due anni, è stata segnata dal dolore e dall’insicurezza. È rimasto solo un piccolo gruppo a tenere in piedi la baracca, stremati e mezzo affamati visto che non possono seminare praticamente niente. Ma grazie alla loro testardaggine e fede in Dio non ne vogliono sapere di rinunciare al loro sacrosanto diritto alla terra. Il nostro gruppo di appoggio agli insediamenti agrari di Alagoa Grande è stato coinvolto ed è solidale nella lotta per la terra.


Terminata la celebrazione della messa, all’uscita dalla fazenda, sei contadini e un professore dell’Università Federale di Campina Grande, scambiato per padre Luis, furono catturati dai pistoleros e, dopo alcune ore di sequestro nel recinto della fazenda, trasportati presso la sede della polizia locale. Il potere del latifondo è così grande che la forza pubblica non ha preso alcuna misura contro i pistoleros responsabili del sequesto che, oggi, continuano tranquillamente a girare per la regione. L’episodio ha provocato una forte reazione nell’opinione pubblica e, come conseguenza, è stata promossa una strategia per coordinare un’azione che ha coinvolto INCRA, magistratura e polizia della Paraíba. Apparentemente al momento la situazione sembra un pò più calma. La speranza della gente comincia a rinascere e, come il seme che sboccia dopo l’arrivo delle tanto desiderate piogge, ha ripreso vigore. Il 26 marzo, le famiglie dei contadini, adesso ben più animate e organizzade, hanno cominciato in gruppo a preparare la terra.


Il sorriso è tornato a spuntare sul volto di tutti e lo sguardo ha ricominciato a brillare. Durante il pranzo comunitario è stato distribuito il pesce appena pescato in abbondanza nello stagno al quale, nrgli ultimi due anni, i contadini non osavano e non potevano nemmeno tentare di avvicinarsi. È stato un momento privilegiato di abbondanza e soddisfazione, e il cibo si è trasformato nel sacramento di quello che un giorno avverrà. L’ultima parola sarà della vita.

Nel tuo pugno chiuso, Maria Helena Severina, 
stai stringendo la terra che ti ha visto nascere 
e che tu vuoi come madre. 
Questa terra sarà tua: la terra che ti ha dato la vita 
e che ha retto i tuoi giorni. 
I tuoi 39 anni sono pochi per l’età che dimostri: 
sei stata segnata nel corpo e nell’anima dalle tristezze della vita 
che però non sono riuscite a smorzare 
la tua grinta di donna che genera la vita 
e nella terra che ami con tanta tenerezza, sta il tuo segreto. 
Questa terra sarà tua, questa terra sarà nostra! 
E molto presto, dall’alto della collina 
potremo guardare con gli occhi gonfi di lacrime 
i campi verdi brillanti al sole, annunciando giorni pieni di promesse. 
E con i bambini danzeremo la ciranda di una nuova alba. 
Sarà bella la festa e la vita ancora più dolce 
quando raccoglieremo i frutti della terra conquistata con tenacia. 
Stringi forte la tua terra 
e con le tante compagne “Maria” e i compagni
difendi il tuo diritto a sognare e a vivere. 

Il 22 di aprile, una macchina fuori controllo privò della vita dona M. Helena e la sua figlia minore Sueli, lungo il bordo della strada a fianco della fazenda. Si portò via la vita ma non lo spirito nè i sogni di questa donna che in un gesto profondo aveva saputo esprimere il senso della lotta e dei sogni dei suoi compagni. Aveva avuto 16 figli e Sueli, con i suoi 5 anni pieni di vita era sempre al suo fianco. Una delle contadine commentò con amarezza: “Maria Helena ha portato con sè la piccolina perchè non voleva che soffrisse qui sulla terra come noi soffriamo”. Nella cassa hanno messo un pugno della terra tanto desiderata. La parte che le è toccata di questo latifondo che sperava fosse diviso fra tutti. E questo pugno di terra è stato il segno di un impegno rinnovato per la dignità e il pane. Ancora una volta questa terra è stata bagnata dalle lacrime della gente nella speranza di giorni migliori.

Così scriveva Luis Zadra, allora ancora prete, nel lontano 2001. Purtroppo le cose non presero la piega sperata e ci vollero altri 10 anni di lotte, delusioni, minacce e fatti gravi per arrivare finalmente alla soluzione positiva del caso. La trattativa fra INCRA e fazendero per trovare un accordo sulle condizioni indenizzatorie di un eventuale esproprio si trascinarono stancamente per anni, anche perchè era evidente una certa reticenza dell’Ente pubblico a voler veramente concludere. Probabilmente, a causa dell’onerosità dell’esproprio, la cosa non rientrava nelle priorità del momento. Finchè, nel novembre del 2007, accadde un fatto che avrebbe segnato la ripresa feroce del conflitto e l’inizio della fase finale della vicenda. Sandro, figlio maggiore di Zé Duda e Silvinha, avendo deciso di sposarsi, decide di costruirsi una casetta in cima ad una collina nella parte di territorio concessa loro temporaneamente in uso dal giudice. La reazione del fazendero non si fece attendere. Interpretando il fatto come una rottura dei patti, quasi una dichiarazione di guerra, mandò immediatamente i suoi pistoleros che con mazze e pistolettate rasero al suolo quanto già era stato costruito. I contadini questa volta non si lasciarono intimorire e ripresero con lena la costruzione della casa.


Avvenne tutto in modo rapido e inaspettato. Una decina di pistoleros, comandati dal nipote del fazendero e dal solito Sergio Azevedo, invasero la casa di Zé Duda, lo immoblizzarono e lo riempirono di botte. Distrussero tutto quello che era a portata di mano, rinchiusero bambini e ragazzi in una stanza e, una volta trovata Silvinha, la buttarono sul letto violentandola con un bastone infilato con forza nella vagina. Spararono molti colpi di intimidazione e se ne andarono ghignando. Le conseguenze per Silvinha, al di là di una grave setticemia, furono profonde soprattutto sul piano emotivo e psicologico. Ma quando ormai sembrava che tutti fossero sul punto di rinunciare, Silvinha decise che adesso era il momento di resistere come non mai. Accettò che il fatto divenisse pubblico, si sottopose a trattamento psicologico e divenne ben presto la bandiera della nuova resistenza. A Natale, con un gruppo di amici di João Pessoa, fummo al Quirino per esprimerle la nostra solidarietà: Silvinha ci accolse in piedi sulla soglia di casa, abbracciandoci uno per uno con una forza dignitosa mescolata a lacrime schive e liberatorie.



Di fronte all’acuirsi della violenza contro i contadini della fazenda Quirino e al clima di intimidazione messo in atto in molte altre realtà della Paraiba viene organizzata, nel febbraio del 2008, una assemblea pubblica straordinaria alla presenza del Segretario Generale per i Diritti Umani del Governo Lula, a cui partecipano vari deputati federali e statali, magistrati d’avanguardia, polizia e, soprattutto, rappresentanti delle comunità minacciate. L’atmosfera è tesa e drammatica e si fa veramente pesante quando vengono innalzate 22 semplici croci di legno con i nomi delle persone assassinate dai pistoleros negli ultimi 10 anni. Fa impressione sentire una giovane e coraggiosa Promotrice di giustizia fare pubblicamente il nome del poliziotto Sergio Azevedo. L’accusa è gravissima: come è possibile che sia ancora in servizio attivo un poliziotto implicato in tante vicende oscure senza che abbia una rete di protezioni ad alto livello? Molte sono le testimonianze dirette su fatti di sangue, assassini e sparizioni misteriose. Ed infine ecco la commovente e drammatica testimonianza di Evandro, figlio quindicenne di Silvinha, che quasi sembra rivivere in diretta i fatti di quella notte che mai potrà dimenticare.



Ormai la vicenda ha assunto contorni più ampi, varcando i confini della Paraíba e provoca l’intervento di varie organizzazioni internazionali, tra le quali Amnesty International. Di fronte ad una situazione di tale gravità sociale, il giudice incaricato stringe i tempi convincendo il fazendero ad accettare l’esproprio e obbligando l’INCRA a reperire i fondi necessari. Nel frattempo, alla fine della primavera del 2008 la famiglia di Silvinha decide di costruirsi una casa, nuovo silenzioso e coraggioso gesto di sfida: qui ho messo radici e da qui non mi muovo!



All’inizio del 2009 si installano nella fazenda altre famiglie di senza terra che, in assenza di altre possibilità, costruiscono le loro case con legno e fango. E finalmente il 16 agosto 2011 la tanto sospirata notizia: le controparti hanno firmato l’accordo. La terra sarà ben presto consegnata ufficialmente nelle mani dei contadini. Non ci pensiamo due volte, prendiamo la nostra Toyota e ci precipitiamo al Quirino attraversando di notte uno sterrato che già è impegnativo durante il giorno. Dopo due ore e mezza finalmente sul posto. Una festa improvvisata che più semplice e genuina non poteva essere. L’eroina, al centro di tutte le attenzioni, abbracci, baci è ovviamente Silvinha. Viva la forza delle donne. Viva la felicità di tutti. Grazie agli amici che ci sono stati a fianco. La terra è nostra. Amen!

 
La gioia dei contadini e, soprattutto dei bambini 

La famiglia di Silvinha con Luis, Amparo e Francimar 

PS. Per chi come Luis, Francimar, Amparo e negli ultimi tempi anch’io, ha accompagnato da vicino la vicenda cercando di dare tutto l’appoggio umano e organizzativo possibile, oggi è veramente un grande giorno. Quello che pareva impossibile è successo. Ancora una volta Davide ha sconfitto Golia. Graças a Deus!

Caso Battisti: il Brasile che non amo

sábado, 6 de agosto de 2011
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Ho aspettato volutamente a esprimere un mio parere sulla vicenda dell’estradizione negata di Cesare Battisti. La decisione presa dall’ex presidente Lula, nel suo ultimo giorno di mandato, non mi aveva preso di sorpresa, ma non avevo messo in conto che Lula sarebbe arrivato a commettere un atto di vigliaccheria così grande. Sono sempre stato, e continuo ad essere, un estimatore di Lula e di quanto egli ha fatto per il cambiamento e per lo sviluppo del Brasile nei suoi otto anni di presidenza. Senza di lui la storia del Brasile avrebbe certamente preso un’altra direzione. Tutto questo, però, non basta per giustificare e nemmeno comprendere una decisione cosìsconcertante come quella di negare l’estradizione del “terrorista” Cesare Battisti. Il fatto è che esiste in Brasile un gruppo di potere ben nutrito e potente che si riconosce e si muove nell’ambito di una ideologia che definirei di “esquerdismo dogmatico” (sinistrismo dogmatico). Molti di loro hanno combattuto la dittatura militare, hanno contribuito a farla cadere, e oggi che sono al potere si considerano i censori e giudici unici del “politicamente corretto”. Giungendo in alcuni casi, e quello di Cesare Battisti, è emblematico, a proporre una interpretazione totalmente distorta della realtà, con tutte le conseguenze del caso. Per capire meglio quanto sto affermando vorrei riportare due citazioni di provenienza radicalmente diversa e, in certo modo, rappresentative dello stesso modo di pensare. La prima è dall’intervento difensivo dell’avvocato di Battisti, Luis Roberto Barroso. Barroso non è l’ultimo arrivato, anzi brilla come una stella nel firmamento forense brasiliano ed è stato protagonista di processi memorabili. Ecco il passo: “Il Brasile ha concesso l’amnistia a militanti di sinistra, a militanti di destra e a agenti dello stato per lo stesso tipo di fatti successi durante lo stesso arco di tempo. Abbiamo dato l’amnistia agli agenti dello stato, a uomini che hanno torturato ragazzi e ragazze di 18 e 20 anni con scariche elettriche nella vagina, nel pene, nell’ano, prima di gettarli dagli aerei, di strangolarli, o di rinchiuderli legati negli scarichi fognari fino a morire. Se noi abbiamo dato l’amnistia a tutti, non solo è moralmente legittimo ma anche moralmente auspicabile che il Presidente della Repubblica del Brasile non punisca in Brasile persone che qui si sono rifugiate per fatti che noi politicamente abbiamo deciso di non punire”. In parole povere: se il Brasile ha finora accettato di lasciare impuniti tutti i tipi di nefandezze commesse durante la dittatura militare, perchè dovrebbe cambiare metodo ora con Cesare Battisti? La seconda citazione è di un certo Allex Mello, un signor nessuno, che ha lasciato il suo commento in calce ad un articolo apparso su Carta Maior, potente giornale on line di sinistra: “Il tipo (Cesare Battisti) ha lottato in un piccolo ma eroico movimento contro la mafia che aveva nelle sue mani lo stato, con la protezione dalla chiesa, e si continua ancora a considerarlo un assassino? Abbiamo bisogno di “assassini” come lui qui in Brasile, per far fuori questa “mafia” politica che distrugge il nostro paese!” L’ignoranza dogmatica a braccetto con la tronfia eloquenza forense, altrettanto dogmatica! Le due facce della stessa moneta che rivelano la tragica schizofrenia di una democrazia che, mentre pensa di poter dare lezioni morali e giuridiche al resto del mondo in nome di una specie di controcolonialismo di ritorno e di una proiezione a diventare in breve una delle maggiori potenze economiche del mondo, in realtà non ha ancora affrontato e risolto i suoi problemi con il periodo della lunga dittatura militare. Colgo l’occasione per togliermi altri due “sassolini”. Il senatore Eduardo Supplicy, stimato e potente politico del PT di San Paolo, è stato uno dei più accaniti e autorevoli sostenitori della causa di Cesare Battisti, della cui amicizia si è sempre fatto vanto. Ai tempi fece scalpore una fotografia in cui lo si vedeva, com molti altri deputati e senatori brasiliani, stringendo, in segno di solidarietà, la mano di Cesare Battisti, allora in prigione. Ebbene, dopo la sentenza defintiva a favore della permanenza in Brasile di Cesare Battisti, un giornalista gli ha chiesto se questo avrebbe potuto avere conseguenze sulle relazioni diplomatiche tra Italia e Brasile. Ecco la risposta: “La maggiore conferma che le relazioni tra i due paesi restano ottime sta nella visita che Barbara Berlusconi sta facendo in Brasile con il suoi fidanzato, Alessandro Pato”. Se è una battuta, è tragica! Se, al contrario, l’affermazione è seria, beh, certe fregnacce, direbbero a Roma, caro Senatore vai a raccontarle ai tuoi allocchi!

La foto di Cesare Battisti con il senatore Supplicy, il deputato 
Luis Couto e altri parlamentari in appoggio alla sua liberazione 

Secondo sassolino. Nella fotografia citata c’era anche Luis Couto, deputato federale paraibano che conosco personalmente e che è molto impegnato nella lotta per i diritti umani. Evidentemente, in questo caso, schierandosi a favore di Battisti, ha pensato che la vittima fosse Cesare Battisti e non le vittime dei suoi attentati e, di conseguenza, il popolo italiano. Quando vidi quella foto mi feci una promessa: “La prima volta che incontrerò Luis Couto mi rifiuterò di dargli la mano dicendogli che non intendo stringere quella stessa mano che ha stretto quella di un terrorista”. Così è stato. Durante l’ultimo Incontro delle Comunità quilombolas della Paraíba, ad un certo punto è arrivato come ospite anche Luis Couto. Mi ha visto, si è avvicinato per salutarmi e io mi sono ricordato della mia promessa. “Non posso stringere la mano che ha stretto la mano di un terrorista. Tu non hai rispetto per la democrazia italiana”. La reazione di fronte ad una dichiarazione così inaspettata è stata gelida: “E tu non conosci la democrazia brasiliana”! Immaginatevi se io sono stato zitto: “Io non ho detto che conosco la democrazia brasiliana. Ho solo detto che tu non rispetti la democrazia e il popolo italiano”! “E tu non conosci i diritti umani, e adesso lasciami perdere che ho da fare!” fu l’immediata e stizzita risposta. Non ci siamo più incontrati nè, a dir la verità, mi interessa molto. Continuerò a stimarlo, ad appoggiare la sua lotta per i diritti umani, ma il suo sinistrismo dogmatico mi ha lasciato l’amaro in bocca. Ultima annotazione. Non ho volutamente parlato della superficialità con cui il governo italiano ha affrontato tutta la vicenda. Né delle ridicole e offensive dichiarazione di certi esponenti politici della destra italiana che hanno avuto l’unico merito di aumentare la tensione fra i due paesi. Ma per il resto che cosa vogliamo: non è l’Italia un paese di merda? Parola dell’onorevole Berlusconi.

EMARGINAZIONE STRADALE

quinta-feira, 28 de julho de 2011
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“La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”, recitava un buon vecchio proverbio dei tempi antichi. Applicato qui in Brasile potrebbe essere tradotto in questo modo: “Le strade dei quilombos dovrebbero portare all’inferno tutti i sindaci dei rispettivi comuni”. Ogni anno la stessa solfa. Arriva la stagione delle piogge e, immancabilmente, le strade di accesso ai quilombos, che già nella stagione secca sono problematiche, si trasformano in pantani melmosi o in mulattiere impraticabili a causa dei profondi buchi causati dalle piogge torrenziali. Cosí lo scuolabus non può arrivare al quilombo e gli studenti dai dieci anni in sú, devono farsi tre o quattro chilometri a piedi per raggiungere la scuola. La situazione è insostenibile anche per gli altri membri della comunità che, tanto per fare un esempio, al sabato si recano in città per fare la spesa (nella comunità non ci sono negozi) e poi, una volta arrivati all’inizio della strada sterrata, si devono caricare la merce sulle spalle o utilizzare una carriola. Provaci tu, tre chilometri in mezzo al fango e a buche delle piú svariate larghezze e profondità. Hai voglia a protestare e cercare di far valere i tuoi diritti.





A volte non ce la facciamo nemmeno con le nostre 4x4. Sulla strada per Pedra d’Água, per esempio è caduta una slavina di terra e, solo grazie al lavoro volontario degli abitanti del quilombo, dopo alcuni giorni la pista è tornata agibile. Sennonchè basta un piccolo temporale perchè la strada si trasformi in una pista scivolosa che rende pericolosissima la discesa e problematica la salita. Non solo gli scolari devono farsi i quattro chilometri a piedi, ma nemmeno l’ambulanza può arrivare e il medico di servizio, che dovrebbe arrivare ogni quindici giorni, ne approfitta per saltare il turno. Per le situazioni di emergenza gli abitanti si sono costruiti una rudimentale portantina per trasportare ammalati e donne gravide vicine al momento del parto. Alla comunità del Grilo il sistema di trasporto “interno” è generalmente fatto con la carriola. Ma se devi scendere a valle con un ammalato l’unico modo è metterlo in un’amaca trasportata a spalle da due persone. Quest’anno la situazione della strada è a tal punto problematica che sono quattro mesi che non riusciamo ad arrivare alla comunità nemmeno con la nostra Toyota Hiluz 4x4. Alla comunità del Matias la pioggia torrenziale si è semplicemente portata via un centinaio di metri di strada, a parte il fatto che i quattro chilometri per arrivarci sono una pista per esperti e spericolati rallisti. Nei prossimi mesi i vari comuni faranno qualche rabbercio, le strade saranno leggermente piú percorribili, ma in ogni caso sempre uno schifo indecente. E alla prima pioggia, tutto ricomincerà da capo. Anche questo fa parte dell’esclusione e della marginalizzazione delle nostre comunità nere. Ci vorrà ancora molto tempo perchè si trovi una soluzione al problema con la costruzione di strade decenti. “Molta acqua dovrà passare sotto i ponti”, o meglio spazzare via queste mulattiere indegne per uno paese in grande sviluppo come il Brasile. Ma non per questo demordiamo. La nostra scelta di campo è a fianco di queste comunità rimaste al margine dello sviluppo e i loro piccoli passi sulla via dell’emancipazione sono per noi motivo di grande speranza e fiducia.




BRASILE, TERRA DI CONTRASTI di Alice Ring

quinta-feira, 21 de julho de 2011
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Prima di partire avevo cercato di documentarmi al meglio, ma davvero non avrei mai pensato di entrare a cosí stretto contatto con la realtá, e per di piú in un solo lungo giorno. Sono appena tornata, con il mio compagno Padraic, dopo due settimane fantastiche in Brasile. Approfittando del matrimonio di mio fratello con una brasiliana di Porto Alegre, siamo andati a trovare Alberto, italiano e amico dal lontano 1986. Mai avrei potuto pensare che un giorno l’avrei reincontrato in João Pessoa assieme alla sua bellissima moglie Francinete. Ero veramente curiosa di vedere cosa stava facendo dopo aver lasciato l’Italia. Possiamo tranquillamente affermare che durante le due settimane del nostro soggiorno non c’è stato un giorno uguale all’altro, ma a João Pessoa Alberto e Francinete ci hanno fatto assaporare il meglio del Nord Est, ovviamente insieme alla migliore ospitalità italo-brasiliana. Tuttavia, il giorno di gran lunga più bello della nostra vacanza (a parte quello del matrimonio di mio fratello!) è stato la nostra visita a due quilombos. Siamo partiti di buon mattino con Alberto e il suo amico/driver straordinario, Marco Antonio. La prima ora di viaggio è stata piacevole lungo una buona strada, attraversando distese di canna da zucchero e coltivazioni di abacaxi (una delle mie nuove parole preferite!). Mentre Marco Antonio guidava, Alberto ci ha fatto un quadro sintetico della storia brasiliana con particolare riferimento al fenomeno della schiavitù. Arrivati all’ultimo paese Alberto riusciva finalmente a mettersi in contatto con una famiglia del quilombo per chiedere informazioni sulle condizioni della strada e per dire che saremmo arrivati verso mezzogiono. Tutto sembrava filare liscio per lo meno fino a quando, lasciata la strada principale, abbiamo cominciato a dirigerci verso l’interno. Non avrò più il coraggio di lamentarmi dei buchi nelle strade irlandesi. Abbiamo così cominciato ad affrontare l’ultima parte del viaggio e, confesso, non lo dimenticherò mai. La strada semplicemente si trasformò in una serie di buche e voragini spaventose e, siccome Marco Antonio sbandava con molta frequenza, Alberto dovette saltare più volte dal fuoristrada per indicare la direzione migliore. Io semplicemente non osavo guardare fuori, convinta come ero che, prima o poi, la jeep avrebbe finito per rovesciarsi. Tuttavia, grazie all’impegno dei due, siamo arrivati a destinazione, o meglio, a qualche centinaio di metri di distanza; da lì in avanti la strada era semplicemente scomparsa. Qui siamo stati accolti da un gruppo di bambini, lieti di vedere i nostri due piloti e ancora di più quando abbiamo regalato loro delle caramelle. Poi ci hanno accompagnati a destinazione passando attraverso le piccole abitazioni del villaggio. Alcune di queste case sono fornite di di cisterne dove viene raccolta l’acqua piovana che servirà duranta la stagione secca. Esiste un programma del governo chiamato “Un milione di cisterne per il Nord Est” ma, senza l’intervento di Luis, qui non ne sarebbe arrivata nemmeno una. Luis é amico di infanzia di Alberto e lavora in Brasile come volontario da 37 anni. Assieme a sua moglie Francimar ed altri pochi amici ha fondato l’associazione AACADE – Associazione di appoggio alle comunità afrodescendenti della Paraíba. Proseguendo possiamo constatare come buona parte delle case sia ansora di taipa, ovvero una mistura dei materiali più fondamentali (basic) che esistano: legno e fango. 'Basic' non rende loro giustizia. 





L’accoglienza nella casa degli amici di Alberto è stata veramente calorosa. Purtroppo, non conoscendo il portoghese, è stato difficile comunicare in modo coerente. Ma questo non ha impedito di intrecciare una conversazione con un giovane fasciato in una bianca divisa. Incrociando parole italiane, portoghesi e spagnole, siamo riuciti a capire che era un maestro di capoeira e che veniva tutte le settimane per insegnare questa specie di danza e arte marziale tipica della cultura afrobrasiliana. E, colpo di fortuna, nel primo pomeriggio ci sarebbe stata una lezione nella vicina piccola scuola. Se eravamo invitati? Chiaro! Che cosa potevamo chiedere di più! Ricordo in particolare due bambini, Isaias e Alice (e come avrei potuto dimenticare il mio stesso nome?). Erano felici di ricevere la visita di due “gringos” e non riuscivano a capacitarsi di quanto eravamo bianchi! Dopo le classiche foto ricordo e aver “giocato” con la fotocamera di Alberto, eccoci pronti per un breve giro esplorativo. Ci siamo arrampicati lungo un ripido sentiero raggiungendo altre piccole abitazioni. In ogni casupola una famiglia, ma solo il cielo sa come riescano a sopravvivere in quelle condizioni. Manciate di fagioli e peperoncini erano sparsi sulle rocce per essicarsi al sole. Nei dintorni piccoli appezzamenti ripidi coltivati alla bell’e meglio, alcune galline scheletrite e due vacche magrissime. Ho potuto notare in una roccia vicina alcuni solchi che portavano a un invaso di modeste dimensioni: un sistema molto primitivo per la raccolta dell’acqua piovana. Altre case erano fornite di cisterne, ma erano cosÌ piccole che il tetto non riusciva a raccogliere abbastanza acqua per  riempirle.







Rientrati per il pranzo, ho trovato una tavola così imbandita che mi sembrava un sogno. Tre piatti di carne, tre verdure, pasta (penso in onore di Alberto!) e riso in abbondanza. Non riuscivo a capacitarmi della velocità con cui avevano preparato um mangiare così abbondante, genuino e saporito. Penso che abbiano dato fondo alle loro riserve. Questa gente che si deve accontentare di pochissimo per se stessa, ha un senso dell’ospitalità veramente incredibile. Con noi divide il pranzo la padrona di casa Eliane; é nata e vissuta sempre qui, é riuscita a studiare pedagogia e da vari anni insegna nella piccola scuola della comunità. Da pochi giorni ha terminato un corso universitario e ha discusso con successo la tesi di laurea. L’universitá di Campina Grande é raggiungibile in poco più di un’ora di pullman, ma per arrivare alla stazione deve camminare per piú di quaranta minuti. Lo stesso tragitto che tutti i giorni devono fare gli alunni della comunità che frequentano il secondo ciclo dell’educazione di base. La casa é molto semplice e essenziale ma in un angolo é in bella vista un vecchio computer, funzionante e collegato a internet via satellite. È l’unico punto di comunicazione con il mondo che Eliane usa per tutta la comunità e per tenere i contatti con Luis e Franzimar in quanto lei è la locale rappresentante dell’associazione. Tra le altre cose si occupa anche della distribuzione delle ceste basiche di alimenti che il governo invia attraverso la gestione di AACADE. La mia intenzione è di poter stabilire un legame tra Eliane e i suoi studenti e la mia scuola. La speranza è di riuscire a sensibilizzare gli alunni anche attraverso la raccolta di fondi. Sappiamo per esperienza come l’invio di un aiuto può portare lontano.


La casa é molto semplice e essenziale ma in un angolo é in bella vista un vecchio computer, funzionante e collegato a internet via satellite. È l’unico punto di comunicazione con il mondo che Eliane usa per tutta la comunità e per tenere i contatti con Luis e Franzimar in quanto lei è la locale rappresentante dell’associazione. Tra le altre cose si occupa anche della distribuzione delle ceste basiche di alimenti che il governo invia attraverso la gestione di AACADE. La mia intenzione è di poter stabilire un legame tra Eliane e i suoi studenti e la mia scuola. La speranza è di riuscire a sensibilizzare gli alunni anche attraverso la raccolta di fondi. Sappiamo per esperienza come l’invio di un aiuto può portare lontano. Dopo il pranzo ci dirigemmo verso la scuola per assistere alla lezione di capoeira. Come insegnante non ho potuto fare a meno di osservare con attenzione le due misere aule, le pareti e le attrezzature. Come siamo fortunati in Irlanda, nonostante la recessione! Alcuni libri erano sparsi sugli scaffali, ma con certezza non sarebbero bastati per tutti. Per quanto riguarda gli audiovisuali, i manifesti, la tecnologia...questi mambini dovranno aspettare molto tempo. Da quanto ho potuto vedere non esiste un programma di assistenza per i bambini portatori di necessità speciali che, in realtà, vengono distribuiti a caso nelle due classi. Non abbiamo potuto fare a meno di notare un ragazzo, più vecchio di tutti gli altri, che se ne stava da solo in un angolo. Mi ha ricordato i vari allievi che ho avuto e che ho potuto aiutare dando loro quel piccolo incoraggiamento extra e un pò più di risorse e assistenza. Nonostante il loro impegno, questi insegnanti non sono davvero in grado di soddisfare le esigense di tutti. La Capoeira è stata affascinante. I bambini amano molto questa disciplina e noi siamo rimasti incantati dall’agilità del maestro con un fisico veramente in forma. Era impressionante il dialogo che si sviluppava tra il professore e gli alunni e, successivamente, tra gli stessi alunni. Sembra un’arte marziale al ritmo di un tamburello. La concentrazione dei bambini era al massimo. La sessione é finita con una preghiera comune. Non avevo mai assistito a qualcosa di simile. Abbiamo avuto il piacere e il privilegio di poter scattare qualche fotografia con la classe, dopodichè è cominciata la lezione di storia. Su invito dell’insegnante, Alberto ha preso la parola e ha fatto alcune domande sull’origine dei loro antenati. Di fronte al silenzio dei bambini, Alberto ha spiegato che erano discendenti degli schiavi e che, mentre i loro antenati erano stati privati della libertà, oggi loro dovevano essere coscienti che tutti facciamo parte di una sola razza - la razza umana – e che avevano gli stessi diritti degli altri, a cominciare dalla libertà di progettare il proprio futuro. Per ottenere questo avrebbero dovuto, ovviamente, dare il massimo di se stessi. Quante volte ho cercato di ripassare lo stesso messaggio di saggezza alla mia classe? Valendomi di Alberto come interprete, ho ringraziato i ragazzi per averci permesso di assistere alla loro esibizione di capoeira e di scambiare alcune parole con loro. Ho anche promesso che avrei fatto vedere le fotografie e i video alla mia classe di Dublino e, usando il mappamondo, ho mostrato dove si trova l’Irlanda. Ho attribuito la mancanza di una risposta spontanea all’assenza di un’abitudine a incontrare persone diverse. E infatti, una storia ben diversa sarebbe accaduta di lì a poco.


Ricominciato il nostro viaggio di ritorno sulla stessa strada impossibile, ho capito perchè era indispensabile avere una jeep. Stavo ancora elaborando i ricordi legati alla visita al quilombo, che quasi non mi accorsi che, lasciata la strada principale, stavamo già percorrendo un’altra strada sterrata, per fortuna in condizioni meno problematiche della prima. Arrivammo così in pochi minuti al quilombo di Matão. Usciti dalla macchina, Alberto e Marco Antonio furono immediatamente circondati e abbracciati da un nugolo di belle e sorridenti ragazze. Non è che non ci fossero ragazzi, solo erano un pò meno espansivi. Ci siamo diretti verso un gruppo di case colorate, ciascuna con la sua cisterna e un piccolo orto dove erano coltivati alcuni vegetali. Alberto ha spiegato che cinque anni fa la situazione era ben differente: ci saremmo imbattuti in un gruppo di case in maggior parte di fango, niente orti, una scuola in rovina, nessun centro comunitario e grandi problemi di alcoolismo e violenza. Che cosa è accaduto in questi cinque anni? La risposta si chiama “Luis”. Insieme a sua moglie, Francimar, hanno investito molto tempo per conquistare il cuore e la fiducia di questa gente e cominciare così un graduale processo di cambiamento aperto al futuro. Gli abitanti del villaggio non avevano coscienza che la terra su cui vivono, che ora appartiene a vari fazenderos, compreso un giudice, poteva ritornare in loro possesso in quanto lavorata e, in alcuni casi, posseduta dai loro antenati. Oggi esiste un meccanismo legislativo che, attraverso l’esproprio (ovviamente indenizzato), permette di rientrare in possesso delle terre anticamente lavorate dagli antenati. Ovviamente gli attuali proprietari fanno di tutto per opporsi all’esproprio in quanto non riescono ad accettare perchè si debba cedere un pezzo di terra dei loro latifondi, a gente sfavorita, soprattutto se si tratta di neri. La nota positiva è che, grazie all'intervento di Luis, Francimar, Alberto e altri, queste persone ora hanno cominciato ad essere consapevoli dei loro diritti. Ciò che mi ha stupito di più è stata la differenza tra queste persone e quelle che avevamo appena lasciato alle spalle. Appare chiaro come ci sia più fiducia e autostima e che molti complessi di inferiorità nei confronti del “gringo” siano stati superati.




Con noi viaggia Li (Eliane), una ragazza di questo quilombo che lavora nella casa di Alberto in cambio di un salario e della possibilità di frequentare le scuole superiori serali in città. Sua madre ci ha tenuto a mostrarci con orgoglio la sua nuova casa, bella ed accogliente, non senza indicarci poco sopra, a una cinquantina di metri, la vecchia casa di fango dove abitavano fino a due mesi fa. Dieci anni fa un politico del luogo le aveva promesso la costruzione di una casa, aveva fatto tirare su le fondamenta ed i muri e poi tutto si era bloccato. È stato grazie ai soldi guadagnati da sua figlia Li che, finalmente, si è potuti giungere a completare l’opera. Se fosse stato per il governo, o chi per lui, tutta la famiglia se ne starebbe ancora nella traballante casa di taipa. Mentre eravamo lì in piacevole compagnia, arrivò una donna nera a cavallo, che vendeva gelati e dolci. Rimase letteralmente scioccata nel vedere alcuni “gringos” ridere e scherzare con la gente del posto. Una scena del genere sarebbe stata semplicemente impensabile nel recenre passato. La mamma di Li e una sua amica, una donna che avrebbe venduto petrolio agli arabi se ne avesse avuto l’opportunità, mi mostrarono con orgoglio il loro orto. Cinque anni fa, secondo Alberto, non avevano la minima idea di come si coltivasse un orto. Ora, grazie ai progetti di microcredito e all’assistenza tecnica di AACADE, riescono a far cresce una discreta quantità di verdure, delle quali ovviamente vanno molto orgogliose. Tirarono fuori anche la storia dei politici che, ad ogni elezione, arrivavano qui. Promettevano mari e monti in cambio del voto e generalmente la gente ci cascava. “Fino a qualche anno fa non avevamo nemmeno il coraggio di alzare la testa e di guardare negli occhi questi fanfaroni. Vorrei proprio vederli oggi usare gli stessi sistemi. Non credo che avrebbero vita facile”! Anche il centro comunitario è stato costruito da Luis, Francimar e Alberto, con l’aiuto di amici francesi e italiani. Ma come fanno tutte queste belle ragazze a conoscere Alberto? È grazie ai corsi di fotografia che lui viene a dare tutte le settimane. L’anno scorso, con le migliori foto degli alunni, è riuscito a organizzare due mostre fotografiche in due famosi Centri culturali della capitale. Eventi decisamenti importanti per la loro autostima. Dopo una fetta di torta e una tazza di caffè abbiamo lasciato il quilombo, con il nostro fuoristrada inseguito da un nugolo di “scugnizzi” spericolati.


Per l’ultima sera in João Pessoa, Alberto e Francinete hanno organizzato in nostro onore una festa invitando numerose persone impegnate nella lotta per la giustizia sociale. Tra di loro due suore argentine che hanno lasciato le comodità del convento in patria, per aprire una casa per i bambini di strada. La situazione non è molto facile e spesso si chiedono dove trovare il cibo per tutti il giorno dopo o come pagheranno la prossima bolletta della luce. Ma finora, grazie all’aiuto di numerosi amici, sono riuscite ad andare avanti. Due dei presenti sono ex sacerdoti, che hanno lasciato il ministero per stare a lato dei quilombos e per lottare a favore dei diritti umani, perchè l’istituzione era ostile a questo loro impegno. Sarà che la Chiesa ufficiale sta veramente seguendo il messaggio evangelico in questi giorni? La moglie di uno dei due è un’avvocata che ha dovuto fuggire da San Paolo, perchè minacciata di morte da alcuni poliziotti facenti parte degli scuadroni di sterminio e che lei aveva avuto il coraggio di denunciare. Qui continua il suo lavoro nel campo della difesa dei diritti umani. È stato veramente un incontro prezioso con tanta gente impegnata a favore di chi è rimasto al margine dello sviluppo sociale e economico. Come può un paese che ha così tante risorse ignorare la misera condizione della maggioranza di chi vive all’interno? C'è qualche motivo per cui non dovrebbe essere loro permesso di avere gli stessi diritti e opportunità così come prevede la Costituzione brasiliana? Perchè il concetto di eguaglianza è così estraneo alla cultura brasiliana? È difficile credere che in Brasile possano esistere ancora oggi migliaia di quilombo, una volta rifugio per gli schiavi in fuga e oggi ghetti per migliaia di persone lasciate ai margini della storia e dello sviluppo. Come è possibile che esista ancora una maggioranza così fortemente contraria alla distribuzione della terra, tanto più se si tratta di darla a dei neri? L’ economia del Brasile sta crescendo rapidamente e, grazie anche al governo dell’ex presidente Lula da Silva, alcuni programmi sociali come Bolsa Familia e Fome zero, molte sacche di povertà sono state sradicate. È solo da sperare che da questi strumenti di promozione sociale non rimangano esclusi i discendenti dei milioni di schiavi che costruirono la ricchezza del Brasile lavorando e morendo nelle grande piantagioni di canna da zucchero, tabacco, cotone ecc... È un debito storico che il Brasile non può più ignorare. Alberto ci ha dato in regalo un anello di legno di tucum, simbolo dell’impegno preso con Dio e con il popolo. Da quel giorno è sempre al mio dito. Mentre lavoro in una scuola svantaggiata dall’altra parte del mondo, mi piace pensare che anch’io sono impegnata per la giustizia sociale.

Brasil is such a country of contrasts by Alice Ring 

I had read as much as possible about it and had been told about it but I hadn’t really expected to see such a reality, and all in the one day. My partner Padraic and I are just back from two fantastic weeks in Brazil. My brother’s wedding took place in Porto Alegre and so we took advantage of going that distance to visit Alberto, an Italian friend of mine since 1986. Little did I think all those years ago that I would visit him in Joao Pessoa! Apart from meeting him and his lovely wife Francinete in their home, we were really interested in the work he is doing since leaving Italy. We can safely say that no two days of our two weeks were the same. While in Joao Pessoa, Alberto and Francinete made sure that we saw and tasted the very best of what the Nordeste had to offer along with the best of Italo/Brazilian hospitality. However, by far the most memorable day of our holiday, (apart from my brother’s wedding day!) was our visit to two quilombos. We set out bright and early with Alberto and his pal/driver-extraordinaire – Marco Antonio. The first hour of the journey was pleasant – well maintained roads through good, fertile, agricultural land. Lots of sugar cane and abacaxi – one of my favourite new words! As Marc Antonio drove, Alberto gave us a summarised version of Brazilian history, particularly that which relates to slavery in the country. History lesson over, the road deteriorated rapidly as we left the main road and headed for the “interior”. I will never again complain about holes in Irish roads! We had been told that one particular family was expecting us – Alberto had given them two hours’ notice that we would arrive- around lunchtime! I can’t imagine having to cater for four visitors at such short notice! We then had to drive the final leg of the journey deeper into the interior. I will never forget it. The road disappeared into cavernous chasms and as MarcoAntonio navigated his way, Alberto jumped out to guide the wheels of the jeep. I simply couldn’t watch. I was sure the jeep would finish upside down. However, between the two men, we arrived at our destination, or rather a few hundred metres away – it was impossible to drive any further. We were met by a group of children, delighted to see our two drivers and even more so when we produced sweets. As they shared them out, we headed up to the house where we were expected, past a number of smaller houses. A few of the larger buildings had large water cisterns attached, in which water from the roof gutters collected to sustain teh family during the dry season. Apparently there is a government programme called “ A million cisterns for the Nord-Est” but without the intervention of Luis, not a single one would have arrived. Luis is Alberto’s childhood friend who has spent his working life in Brazil and other members of their group that anything gets accomplished at all in the kilombo. Along with his wife, Francimar and a few friends, he has founded AACADE, the association of support for communities of affrodescendents in Paraiba. The houses were built mainly using the most basic of all materials, wood and clay. ‘Basic’ doesn’t do them justice. On entering one of the larger houses we were given a warm welcome by all. Unfortunately, due to our lack of Portuguese, we were unable to communicate coherently. Fortunately, one young man, dressed in immaculate white, made huge efforts and using a combination of Spanish, Italian and the few words of Portuguese we had picked up, we managed to answer a few questions and learn a little bit about him. It turned out that he is a Capoeira teacher who comes once a week to work with the children in the various kilombos. This type of dance/martial arts is typical of afrobrazilian culture. By some amazing stroke of luck, the lesson would begin about two hours later and we were invited to attend. Could we have asked for anything better? I particularly remember two children – Isias and Alice – how could I forget my own name?! They were thrilled to be visited by two new gringos and couldn’t get over how branco we were! After posing for photos and “playing” with Alberto’s camera, they were ready to bring us on a short tour. We followed Alberto and the children up the steep rocky track to a few other houses. Each one housed a family but Heavens knows how they managed to survive on what we saw. Handfuls of beans and chillies were drying outside in the sunshine. But there were precious few crops of any sort, a few scrawny hens and two thin cows. I noticed that there were natural grooves in one rock and this had been directed to a large hollow – a very primitive system for collecting rainwater. Needless to say, these houses had no decent roofs on which to hang gutters, even if the occupants had been granted the all-important cisterns. Lunch, it seemed, was ready and I have no idea how they managed to put such a spread on the table. There were three meat dishes, three salads, pasta ( that must have been for Alberto!), three salads and rice. Where had all that food come from and how could they possibly have prepared it given such short notice? It must surely have come from their meagre reserves. And, it tasted even better than it looked. These people, who have so little for themselves, gave us so much. The lady of the house, Eliane, who is also the local teacher, joined us. She is from the village and apart from teaching the children, she herself is attending post-graduate studies in the nearby university in Campina Grande after forty minutes’ walk to the bus stop and another hour by bus, This is the same journey taken by all the young people of the community who wish to pursue second level education. I wondered how such a simple house could boast a computer, but it is another important tool with which she can help her community. Apart from teaching the local children she is a vital link between the village and the government and in particular, Francimar and luis. The precious cisterns are, in theory, available for all but the practice is a different story. Eliane works with Alberto and Luis to push for these cisterns. Also, she is their anchor person when it comes to the distribution of government food parcels as she allocates them to the families, according to their need as she is the local representative of AACADE. My hope is to establish a link between Eliane and her students and my school, hopefully raising awareness and. we saw how a little fundraising would go a long way. After our lovely lunch, we headed for the school where the Capoeira class was about to begin. As a teacher, I couldn’t but help myself examine the classroom, walls, furniture etc. How fortunate we are in Ireland, in spite of the recession. There were a few books on shelves but certainly not enough for all these children. As for visual aids, posters, technology... these children will be waiting. Apparently the system is such that there is no provision for children with special needs and so they are pushed through each class. We could not help but notice one boy, older than the rest, who sat apart from the other children. He reminded me of various children I have taught who needed that little bit extra encouragement, resources and assistance. In spite of all these teachers are doing, they are not in a position to satisfy everyone’s needs. The Capoeira was fascinating. The children loved it and we were amazed at the agility of the teacher – I could tell he was fit! – and how the other children responded to him and subsequently to each other. It seems to be a form of martial arts set to the beat of a tambourine. – a dialogue between the teacher and the students and then between the students themselves. The children’s concentration was fixed. It finished with a wind-down session and prayer. I had never seen anything like it. We had the pleasure and priviledge of having a few photos with the class and then they took their seats for a history lesson. With the teachers permission, Alberto spoke to the class. He asked them where they came from but not a single child answered. He reminded them that they were descendants of the slaves and while their grandparents had no freedom, these children were all members of the one race – the human race – and had equal rights to all others, along with the freedom to be anything they wanted to be. All they needed to do was work has hard as they could. How many times have I delivered the same word of wisdom to my own class? With Alberto doing the translating, I thanked the children for letting us watch their dance session and for the opportunity to teach them. I also told them that I would be showing the photos and videos to my class in Dublin, using a globe to indicate our position. I attributed the lack of spontaneous response from the children to lack of language. I was soon to see a different story. Leaving the village, we did the return journey along that track – I now see why jeeps are so important on this terrain, and headed back towards Joao Pessoa. I had so many memories from my kilombo visit, but another few were around the corner. About half-way home, we turned off the main road onto another track, this time not as bad and within minutes had stopped, this time at the quilombo of Matao. Alberto and Marc Antonio were in the arms of the most beautiful, confident, happy young women within seconds. The men were obviously no strangers here. We headed on up to a group of brightly coloured houses, each, not only with its own cistern but also with a garden where a variety of vegetables were growing. Alberto explained that five years ago, we would have been looking at a group of clay houses, no gardens, no school or community centre, huge alcohol and violence figures, certainly no gardens and a much quieter population. What happened in these five years? The answer is Luis. He and his wife, Francimar, took their time to win the hearts and trust of these people and gradually change their lives forever. The villagers were unaware that the land on which they live, which currently belongs to a judge, is in the process of being re-distributed as it was their ancestors who worked that land. There is now a scheme whereby people can now lay claim to land formerly worked by their forefathers. But some current fazenderos, cannot see why they are being compelled to hand it over, and particularly to blacks. Thanks to the intervention by Luis, Francimar and Alberto et al, these people now are aware of their entitlements. What stunned me most was the difference between these people and those we had just left behind. The confidence and self assurance was incredible. There was no sense of shyness around the gringos. We were relieved of our cameras as the children took them to take a few shots of each other. Lee (Eliane), who works in Alberto’s house, helps with the cooking and cleaning, attends school each evening and receives a salary in return, comes from this village. Her mother proudly showed us around her beautiful , cosy new home, while at the same time pointing to her old home only a hundred meters away in which she lived up to two months ago. Ten years ago the government built her a new house, or at least the foundation and walls and then stopped. So this woman has spent all those years in her clay house looking at what might be. Her daughter saved every reais she earned and gave it to her mother to finish what the government should have done. While we were there a black woman arrived on horseback, selling icecream and goodies froma n insulated box. She was visibly shocked at the gringos laughing and joking with the locals. Such a scene would have been unheard of in the recent past. Lee’s mother and her friend, a woman who would sell oil to the Arabs given the chance, proudly showed us their vegetable patch. Five years ago, according to Alberto, these women had no idea how to grow anything. Now, thanks to AACADE’s technical assistance and microcredit projects, they have a range of crops that would make any market gardener proud. And all it took was someone to take the time to show them how. That same woman spoke of politicians who would show up while on an election campaign. They would promise the sun, moon and stars to the villagers in return for votes. She said that a few years ago she would haven’t had the nerve to look any of these politicians in the eye. There would be no arguing with this woman now. I’m certain she would drive a very hard bargain! The community centre was built by Luis, Francimar, Alberto and their French and Italian friends. Now the people have their own multipurpose centre – probably the most important building in the village. If only that amount of money went as far in Europe. How do all these gorgeous girls know Alberto? It’s all thanks to the weekly photography classes he runs. He caters for a range of levels and last year put on two amazing exhibitions of the best of the photos in two famous cultural centres in the city, where each young person addressed a large audience and explained the motivation for the photograph. And so their confidence has grown to what it is today. Having being treated to coffee and cake in one house, we took our leave, escorted to the jeep by many of the villagers. The contrast between this group of people and the last was incredible. Leaving aside the improved housing and the vegetable gardens, by far the most noticeable difference was in the people themselves. They were chatty, confident and cheerful. They looked like they knew where they were going and they had some idea how to do it. And it all boils down to intervention. Like the euro to roof the centre, a little help goes a very long distance in a kilombo. The next night, as it was our last in Joao Pessoa, Alberto and Francinete kindly organised a party in our honour. Apart from the fabulous food, we met the most interesting people, all working towards social justice. Among them were two Argentian sisters who had forsaken a cushy retirement in favour of running a house for street kids, often wondering where the next meal would come or the money to pay electricity bills. However, thanks to the help they receive from numerous friends, they can continue their work. We met two men who had been priests but had decided that their true mission belonged with the people of the kilombos, fighting for human rights, because the institution of the church appeared hostile to their efforts. Is the church following the message of the Gospel at all these days? Many of these people thought otherwise and have decided to continue their work in their own way. We met one of these men’s wives, a lawyer who was threatened and run out of Sao Paolo by the police as she tried to denounce some of these same police who were members of groups trying to get rid of the underpriviledged. She continues her work undeterred, determined to continue to work with those who are most in need. So many new people I now admire. All professionals who have dedicated their lives to working with those left behind by economic development. It really was a most precious meeting with many people all working with those on the margins of society. How can a country with such obvious wealth ignore the plight of those living in the interior? Is there any reason why they should not be encouraged to achieve the rights and equalities which are now enshrined in Brazilian law but as yet are denied to so many? Why is the concept of equality so alien to Brazilian culture? It is difficult to believe that there are thousands of kilombos in Brazil, once hidden havens for escaped slaves and now ghettoes to so many people who are on the margins of history and economic development, who until recently were oblivious to what is now their legal right. How can so many be opposed, not to the redistribution of the land per se, but to its being handed over to Blacks? Brazil’s economy is improving rapidly and there are many schemes already in operation to help the underpriveledged in the bigger cities, thanks to the foresight of Lula da Silva, such as Bolsa Familia and Fome Zero, which have managed to eradicate pockets of poverty. I can only hope that these schemes are extended to the descendants of those people who were the first to work the sugar cane, the abacaxi and the cotton fields of this country. It is only what they deserve and Brazil would do well not to ignore them. Alberto gave us a present of the coco rings. Mine’s been on my finger since. While working in a disadvantaged school half a world away, I too would like to think that I am committed to social justice.

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