Galeotta fu la cena

terça-feira, 29 de março de 2005
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"Cazzetti dorati" è il nomignolo scherzoso affibbiato ad una mia specialità culinaria che, per andare sul sicuro, uso rifilare agli ospiti in tutte le occasioni importanti. Che quella del 29 marzo potesse essere una di queste, non avevo motivo di pensarlo, sennonchè grande fu la sorpresa quando mi trovai davanti Acacio (professore di storia e amante dell'arte italiana) e lei, l'ospite d'onore: Francinete Fernadez de Sousa, sorella "alternativa" di Francimar. "Cazzetti dorati" fu il piatto d'apertura. Una cena piacevole condita di amabili ed un tantino kafkiane conversazioni, una paio di fotografie ricordo e una strana sensazione di "complicità". Due giorni dopo, partenza per l'Italia. Addio Brasile. O piuttosto arrivederci, "se Deus quiser..."

Parola di Bidia

domingo, 27 de março de 2005
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Finalmente il 27 marzo, giorno di Pasqua, siamo di nuovo a João Pessoa. Festeggiamo la Pasqua in compagnia di Bidìa, travolgente animatrice di alcune comunità nere nella sperduta cittadina di Catolé do Roche nell’Alto Sertão del Paraiba a più di 400 km da Joao Pessoa. Darle in mano il microfono vuol dire farsi travolgere da una valanga di parole, testimonianza concreta dell'entusiasmo e della volontà messa da Bidìa nella sua attività all'interno dei progetti di AACADE.
"Mi chiamo Francisca Maria, ma tutti mi conoscono come Bidìa. Lavoro con le comunità dei neri insieme a Luis. Dopo il suo arrivo in Paraiba il nostro lavoro è più organizzato. Facciamo un lavoro di ricerca sulla situazione delle comunità: situazione economica, sanitaria, istruzione, ecc…"
Cosa significa per te essere nera?
"Nonostante la discriminazione, io cerco di occupare il mio spazio e di valorizzare la cultura negra nel suo insieme: danza, abitazione, promozione del lavoro e del reddito…"
Ma com’è la situazione delle comunità dei neri?
"In genere non abbiamo lavoro. Viviamo solo di agricoltura e quando non piove perdiamo tutto. La maggioranza di noi lavora sotto padrone e nell’insieme siamo sfruttati perché dobbiamo pagare affitti molto alti indipendentemente dal raccolto".
Qual è il sogno per il tuo popolo?
"Il mio sogno è che tutti i negri possano avere terra, educazione, abitazione, soprattutto lavoro e condizioni economiche che li mettano in grado di sostenere i figli. Che il negro sia valorizzato e i suoi diritti rispettati".
Qual è il motivo che ti porta a impegnarti per il tuo popolo?
"Ho la lotta nel sangue e ho abbracciato la causa del nero come mia propria. Sono negra e figlia di negri, di gente che è stata prima schiava, poi comunque tenuta al margine e discriminata dalla società. Questa sofferenza mi ha spinto a votarmi a questa causa che per me è quasi come un impegno di matrimonio".
Secondo te qual è il posto del nero in Brasile?
"Dovrebbe essere dappertutto, in tutti gli spazi possibili, nella politica, nella pubblica amministrazione, nella scuola. Oggi invece è al margine, nelle favelas e solitamente parte sfavorito".
Da poco si è formata la Commissione statale delle comunità dei neri del Paraiba. Qual è la finalità?
"Anch’io faccio parte della commissione e posso dire che la sua missione è molto importante perché finalmente è cominciato un processo per far emergere i problemi dei neri. Questa commissione coordina e controlla le azioni del governo e difende i diritti dei neri negli organismi pubblici. Finalmente possiamo continuare ufficialmente il lavoro iniziato negli anni passati con Luis".

Parola di Bidìa

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Finalmente il 27 marzo, giorno di Pasqua, siamo di nuovo a João Pessoa. Festeggiamo la Pasqua in compagnia di Bidìa, travolgente animatrice di alcune comunità nere nella sperduta cittadina di Catolé do Roche nell’Alto Sertão del Paraiba a più di 400 km da Joao Pessoa. Darle in mano il microfono vuol dire farsi travolgere da una valanga di parole, testimonianza concreta dell'entusiasmo e della volontà messa da Bidìa nella sua attività all'interno dei progetti di AACADE.
"Mi chiamo Francisca Maria, ma tutti mi conoscono come Bidìa. Lavoro con le comunità dei neri insieme a Luiz. Dopo il suo arrivo in Paraiba il nostro lavoro è più organizzato. Facciamo un lavoro di ricerca sulla situazione delle comunità: situazione economica, sanitaria, istruzione, ecc…"
Cosa significa per te essere nera?
"Nonostante la discriminazione, io cerco di occupare il mio spazio e di valorizzare la cultura negra nel suo insieme: danza, abitazione, promozione del lavoro e del reddito…"
Ma com’è la situazione delle comunità dei neri?
"In genere non abbiamo lavoro. Viviamo solo di agricoltura e quando non piove perdiamo tutto. La maggioranza di noi lavora sotto padrone e nell’insieme siamo sfruttati perché dobbiamo pagare affitti molto alti indipendentemente dal raccolto".
Qual è il sogno per il tuo popolo?
"Il mio sogno è che tutti i negri possano avere terra, educazione, abitazione, soprattutto lavoro e condizioni economiche che li mettano in grado di sostenere i figli. Che il negro sia valorizzato e i suoi diritti rispettati".
Qual è il motivo che ti porta a impegnarti per il tuo popolo?
"Ho la lotta nel sangue e ho abbracciato la causa del nero come mia propria. Sono negra e figlia di negri, di gente che è stata prima schiava, poi comunque tenuta al margine e discriminata dalla società. Questa sofferenza mi ha spinto a votarmi a questa causa che per me è quasi come un impegno di matrimonio".
Secondo te qual è il posto del nero in Brasile?
"Dovrebbe essere dappertutto, in tutti gli spazi possibili, nella politica, nella pubblica amministrazione, nella scuola. Oggi invece è al margine, nelle favelas e solitamente parte sfavorito".
Da poco si è formata la Commissione statale delle comunità dei neri del Paraiba. Qual è la finalità?
"Anch’io faccio parte della commissione e posso dire che la sua missione è molto importante perché finalmente è cominciato un processo per far emergere i problemi dei neri. Questa commissione coordina e controlla le azioni del governo e difende i diritti dei neri negli organismi pubblici. Finalmente possiamo continuare ufficialmente il lavoro iniziato negli anni passati con Luiz".

Giovani e neri

sábado, 26 de março de 2005
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Ad Alagoa Grande c'è una sede distaccata dell'AACADE: uno spartano appartamento con alcuni letti e amache per le eventuali soste infrasettimanali e un ufficio dove incontrare le varie comunità dei dintorni e chiunque abbia bisogno di informazioni e aiuti burocratici vari.
Qui è anche il punto di incontro di alcuni ragazzi e ragazze che, grazie alle borse di studio procurate da Luiz, stanno frequentando le scuole superiori o le scuole professionali. E’ veramente una bella atmosfera quella che si respira e la convinzione che si stia costruendo un futuro migliore ti contagia fin quasi all’entusiasmo.
Mentre Luiz e Francimar si dedicano ai loro numerosi appuntamenti, io ho tutto il tempo di raccogliere le preziose testimonianze di alcuni ragazzi.
"Mi chiamo Messias, ho 21 anni e abito all’assientamento Maria da Penha 2, sto finendo il terzo anno di agronomia nell’Istituto agrario di Bananeira. Finiti gli studi spero di poter tornare a lavorare nella mia zona per aiutare la comunità e poter dare alla mia famiglia quel benessere che non ha mai avuto".
"Il mio nome è Severino, anch’io abito a Maria da Penha 2 e faccio il primo anno di agronomia alla Bananeira. Una volta preso il diploma conto di ritornare qui per lavorare. Anch’io sogno di riuscire a tirar fuori la mia famiglia dalla miseria in cui si trova. Siamo neri ma siamo anche orgogliosi di esserlo. In questo ci sono molto d’aiuto Luiz e Franzimar. E’ molto importante il loro lavoro con noi".
"Sono Juan Vitor, e faccio parte del gruppo di studenti di Penha 1. Finiti gli studi voglio fare il veterinario nel mio insediamento, aiutare la mia famiglia e far capire ai giovani quanto sia importante studiare per poter pensare ad un futuro migliore. Certo che per noi neri non è facile. Sono fiero di essere nero, ma per sfondare devi fare più fatica. Anche nel collegio all’inizio eravamo discriminati. Parti svantaggiato e devi dimostrare coi fatti di essere bravo come gli altri, anzi più bravo. Ma poi ce la fai e vieni accettato così come sei".

L'orto di Maria do Carmo

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Finita l’intervista a Energia avevo puntato su una bella siesta in amaca, ma niente da fare. La foga di Luiz mi trascina nel vicino insediamento Severino Ramalo, un esempio riuscito di occupazione dei latifondi incolti. Qui incontriamo Maria do Carmo coordinatrice del gruppo delle donne: "Abbiamo imparato molte cose e sviluppato molti progetti. Mia figlia ha imparato a lavorare al telaio e adesso fa alcuni lavori di artigianato che vende al mercato. Noi donne abbiamo cominciato a coltivare orti organici. Ma soprattutto abbiamo sviluppato la nostra mentalità. Siamo più donne, più forti, più aperte. Scambiamo idee, informazioni, esperienze. Questa è la condizione per un futuro migliore.
Mi piace la terra e grazie a Dio e al movimento sono qui. Uscirò da questa terra solo morta. Qui è la mia vita, amo questo pezzo di terra e tutti i giorni cerco alternative".

Ricordando Margarida Maria Alves

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"E' meglio morire lottando che morire di fame” era il grido di battaglia di Margarida Maria Alves, sindacalista ammazzata nel 1983 su istigazione del potente fazendero José Buarque Gusmão Neto, detto Zito Buarque. Margarida (1943-1983) fu la prima donna presidente del sindacato dei lavoratori agricoli di Alagoa Grande e una delle fondadrici del Centro de Educação e Cultura do Trabalhador Rural. Durante la sua gestione, durata 12 anni, furono promosse più di 600 azioni e proteste contro la prepotenza dei fazenderos e dei padroni delle distillerie della regione. Dopo l'approvazione del Piano nazionale di Riforma agraria, i latifondisti intensificarono la violenza sul campo e decisero di dare una lezione a tutto il movimento con l'eliminazione fisica di Margarida. Il 12 agosto del 1983 Margarida fu uccisa con un colpo di pistola sulla porta di casa di fronte ai figli e al marito. A tutt'oggi il mandante Zito Buarque è ancora impunito.

L'orgoglio di essere nera

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A mezzogiorno arriva Cida, combattiva rappresentante di Caiana dos Crioulos, una comunità di neri rimasti fino a poco tempo fa totalmente ai margini della società. E' grazie all'azione di Luiz e Francimar che è iniziato un importante cammino di autocoscienza che sta portando molte persone a fare progetti di sviluppo e a credere nelle proprie capacità di attuarli. "Siamo una comunità di 330 famiglie. Stiamo mettendo in piedi alcune forme di artigianato e siamo organizzate in gruppi di donne. Dobbiamo organizzarci ancora meglio per garantirci un reddito migliore. La cosa importante è che abbiamo imparato ad avere coscienza di noi stessi, non abbiamo più paura della gente che viene da fuori. Adesso non abbiamo più paura di parlare e di discutere per i nostri diritti. Le donne soprattutto stanno cambiando. Non avevamo una cisterna e l’abbiamo costruita. Non abbiamo terra e adesso combattiamo per averla. Sono orgogliosa di essere donna e di essere negra".

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